GERONIMO MAGAZINE – INTERVISTA AD ANDREA BELLETTI

Maggio 2022 – Il mito americano esiste ma la fortuna non piove dal cielo. Questa è la storia di un imprenditore pioniere che ha

cominciato con un sogno che è diventato una visione che è diventata una grande azienda, Interjeans. 

 

Lo incontro nel suo quartier generale di San Marino nella zona di Rovereta, in uno spazio organizzato come un grande loft.

 

Premesso che della tua vita ci si potrebbe trarre un film, vuoi raccontarmi di come nel 1992 è cominciata la tua avventura americana?

“Tutto è nato dalla mia passione per il vintage. Quell’anno ho deciso di partire per gli States con il mio inglese scolastico alla ricerca dei veri pantaloni in denim di second hand, in particolare i Levi’s 501, i primi ad avere le tasche rinforzate da rivetti di rame. Il numero di lotto 501 era stato assegnato dalla Levi’s per distinguerli dalle altre produzioni.
Il blue-jeans ha sempre rappresentato il sogno americano con i suoi miti di libertà e avventura. Era l’uniforme per eccellenza della working class americana indissolubilmente legata al duro lavoro di minatori e agricoltori e al mito romantico dei cowboy.
Allora non c’erano internet e tutti gli strumenti di oggi, così ho iniziato a spulciare nelle rag houses dove arrivava a quintali la merce usata. Nell’usato non è il prezzo ma sono il genere e la qualità a determinare il valore di un capo e io selezionavo nello specifico modelli e marchi che in Italia avrebbero avuto un nuovo mercato.
Con un furgoncino Penske giallo che noleggiavo a Dallas o a Houston battevo a tappeto in lungo e in largo tutto il sud ovest americano dove sapevo di trovare i 501 con i bottoni passando dal Texas all’Oklahoma all’Arizona, New Mexico. Un mese giravo per comprare, riempivo il camioncino e il mese dopo vendevo ridandogli una seconda vita in Italia.
Magazzino dopo magazzino, contatto dopo contatto ho messo su una piccola realtà a Santa Ana in California dove avevo 25 messicani sotto la guida di un indiano sioux, un chimico che aveva inventato la formula di un gel che messo sui denim usurati risucchiava le macchie che toglievamo con un cucchiaio. Una collaborazione fuori dall’usuale,incontri da sliding doors con gente incredibile che incontravo per la strada.
Compravo i pantaloni in denim da chi li raccoglieva in giro, da chi te li vendeva nel garage di casa a 100, 200 pezzi alla volta. Arrivare ad averne 15/16 mila era un lavoro massacrante.
La destinazione erano una quarantina di clienti che vendevano usato nelle loro città italiane conosciuti tramite amici e contatti vari.
Dopo qualche tempo mi ha raggiunto la mia morosa che oggi è mia moglie, ho assunto altre persone e piano piano siamo cresciuti gestendo sempre più clienti. Arrivavano ordini specifici, prenotazioni di modelli cult e richieste di altre tipologie come le hoodies (felpe col cappuccio), T-shirt, giubbotti, modelli particolari di scarpe Adidas.
Tutte cose che qui ancora non c’erano. Io stando sul posto vedevo e sceglievo cose che mi piacevano e che intuivo sarebbero piaciute al mercato italiano.
Ho anche iniziato a portare in Italia i Levi’s nuovi rigidi con l’orlo originale fatto a doppio giro con una macchina speciale. La tela dei 501 era volutamente non elasticizzata. Allora questi jeans arrivavano da noi con un fit diverso e la lunghezza da sistemare ma l’orlo fatto da una sarta è un troncone che ha perso valore. Li portavo in una lavanderi specializzata per tutti i lavaggi della Levi’s Europe. Con loro studiavo i trattamenti, anche sperimentali, prendendo come esempio i jeans used che portavo io come una seconda pelle”.

Non te lo chiedo neanche se è il tuo capo di abbigliamento preferito…

“Il denim non è un tessuto come tutti gli altri, è speciale e affascinante per quello che racconta della storia dei popoli, di tutte le culture. Continua a definire i codici dell’abbigliamento e dello streetwear senza mai mostrare segni di cedimento. Un modello vintage è l’acquisto della vita, senza dimenticare che essendo di seconda mano impatta meno sull’ambiente, un assunto da tenere in considerazione. Portare un jeans ed invecchiarselo addosso è come misurare il tempo dalla corteccia di un albero. È un capo che fa parte di te, plasma la sua forma in relazione alla fisicità di chi lo indossa, racconta di te e dei tuoi ricordi. Da come l’hai usato, dove ci sono i segni e le rotture indica come l’hai vissuto, racconta la tua storia. Io i miei jeans d’altan li conservo tutti gelosamente, sono una mia appendice”.

Quindi il dettaglio ha un’importanza quasi maniacale.

“Vitale direi per i cultori come me del jeans che sono tanti. Pensa che esiste tutt’oggi un mercato del vintage, di modelli d’epoca ricercatissimi dai collezionisti, con prezzi pazzeschi. La forza di questo concetto di oggetto Premium ho potuto sperimentarlo importando, in un altro periodo pazzesco, scarpe limited edition ma questa è un’altra storia.

Voglio sapere.

“Tanti anni fa, a fine ‘90 è iniziato ad andare di moda un modello di scarpa Adidas usata per il taekwondo. Negli States ho conosciuto un tipo che aveva la licenza per la Corea dove questo è lo sport nazionale. Così ho iniziato ad importare modelli speciali di questa scarpa, introvabili diversamente, con un successo incredibile perché non era un prodotto distribuito come gli altri.
Poi Stella McCartney ha disegnato per Adidas una scarpa da pugilato. Non so perché o percome ma ho conosciuto l’importatore tedesco e con lui abbiamo portato in Italia container e container di boxe shoes Tygun in vari modelli e colori”.


Più che sliding door mi sembra la storia dell’uomo giusto al momento giusto.

 

“Sono stati 3/4 anni adrenalinici ma con una scadenza. Dopo l’enorme successo i colossi come Adidas hanno fiutato il business e si sono ripresi le licenze agendo in proprio”.

Partendo dalla passione per il jeans usato siete arrivati a posizionarvi oggi tra i leader europei per la distribuzione di abbigliamento casual e sportswear. Una realtà consolidata e impegnata in una ricerca che non è mai finita.

“Non si finisce mai di evolvere. Quando non ti evolvi più, sparisci, funziona così. Per questo ci siamo strutturati e abbiamo aperto questa azienda di San Marino. Attraverso una accurata selezione ci siamo trasformati in importatori di brand, partners di moltissimi marchi da distribuire in Italia inserendoci in una fetta di mercato che non era coperta. Oggi il nostro portfolio spazia da marchi americani ed europei specialisti di un settore, tutti con il comune denominatore di essere eco compatibili, green e possibilmente riciclati. È un’etica alla quale teniamo moltissimo e che intendiamo sviluppare sempre di più”.

Il Paese di riferimento per il vostro business è ancora l’America?

“Gli Stati Uniti erano il sogno di quelli che come me negli anni ‘70 e ‘80 guardavano in quella direzione e penso sia così ancora oggi.
Il secondo eldorado è il Giappone, alter ego degli States nel settore tessile. I nipponici vedono quello che succede nel mondo americano e lo perfezionano con tecniche craft nei dettagli fino all’esasperazione. Loro hanno comprato i vecchi telai dismessi dagli americani per realizzare il denim giapponese che oggi è il meglio che puoi trovare sul mercato a livello di alta qualità”.

E gli altri brand europei?

“Abbiamo marchi svedesi, tantissimi inglesi ed ognuno dice la sua in questo settore che abbiamo bilanciato con un 80% uomo e 20% donna. Hanno tutti storie, caratteristiche e DNA particolari. Prodotti che hanno una loro collocazione precisa come Lyle & Scott un marchio di knitwear nato nel 1874 in Scozia, uno dei pochissimi con Burberry, Aston Martin e Belstaff che può fregiarsi del sigillo del Duca di Edimburgo, la Golden Eagle.
L’heritage è un dato molto importante. Lo storytelling che sta dietro un marchio lo valorizza, la storia legata al passato è un vissuto fondamentale perché la storia è il futuro, quello che è successo prima succederà anche dopo mentre le meteore che transitano ciclicamente in questo mondo vanno e passano senza lasciare traccia. Noi abbiamo scelto di consolidare i rapporti di lunga data”.

Dal vostro punto di vista dove si sta portando oggi il mercato dello sportswear?

“Detto ora, dopo le cose che stanno succedendo dalla pandemia alla guerra in Ucraina è difficile fare delle previsioni.Sono sconvolgimenti a livello globale mai visti prima che stanno ritardando i processi, aumentando moltissimo i prezzi dei trasporti e mettendo a dura prova i produttori. Solo le aziende più strutturate e solide riescono in questo momento a far fronte alle difficoltà oggettive. È tutto in ritardo, i trasporti sono lievitati e anche fare le tinture comporta costi maggiori per il rincaro energie.
Per farti un esempio, il marchio che abbiamo da più tempo, l’americano Alternative Apparel, un basico continuativo tra i primi a lavorare sul riciclo (uno dei primi ad usare le bottiglie di plastica della Pepsi riconvertite in cotone organico) non trovano la materia prima per realizzare i loro capi. L’ultima consegna ce l’hanno fatta ad agosto 2021 e aspettiamo che possano ripartire con la filiera.
Se mi chiedi che piega prenderà tutto questo posso solo rispondere che le aziende solide andranno avanti nonostante le difficoltà e la storicità, la forza del marchio restano dei valori ai quali aggrapparsi.

Con Superdry state provando l’esperienza diretta del retail puro. Quali sono le sensazioni di questo business?

“In passato ho sempre cercato di stare lontano dal retail perché ho sempre preferito andarmi a cercare i clienti finali anziché aspettare che entrino nei negozi. Poi mi sono ricreduto iniziando a collaborare con questo grande gruppo, un colosso con più di 700 negozi nel mondo.
Superdry è un marchio inglese di streetwear nato nel 1985 da un viaggio a Tokyo davanti ad una birra Asahi definita “super secca” (appunto Super Dry). Il brand unisce il vintage americano con l’heritage giapponese sviluppato nelle grafiche e nei colori forti.
Ci hanno spinto insistentemente ad aprire loro negozi in Italia. Abbiamo iniziato da Roma, poi Riccione, Firenze e a seguire altre aperture in franchising su tutto il territorio italiano. Con la buona riuscita dell’operazione mi sono detto: abbiamo altri marchi che non sono in concorrenza, anzi completano l’offerta, perché non creare un nuovo contenitore di casual wear da proporre al pubblico?
Così sono nati nel 2010 i negozi Be Standard modulati anche in corners, concessions, shop in shop con la formula franchising”.

Quest’anno Interjeans compie 30 anni…

Eh sì, 30 anni di storia iniziano ad essere un bagaglio importante. Da un lato sentiamo forte il desiderio di celebrare questo traguardo, di ripercorrere la nostra storia e ripensare con orgoglio agli importanti obiettivi raggiunti; dall’altro siamo pronti per le sfide del futuro, che approcciamo con la serenità dell’esperienza maturata e con la continua voglia di metterci in gioco. 30 anni di attività aziendale sono un traguardo significativo, che consideriamo non come punto d’arrivo ma come tappa fondamentale di una storia che è ancora tutta in divenire!

Non la racconti ancora tutta. Hai trovato anche il tempo di fondare con tuo socio Elia Guidi La Brands.

“Sì, la sede è sempre in questo stabile al piano di sotto. Nel 2019 vedendo che sul mercato non c’era nulla di simile per il mondo del bambino, abbiamo pensato di creare una realtà dedicata alla distribuzione di kidswear dal new born al teenager. I primi marchi acquisiti sono stati quelli che avevamo per l’adulto. Partiti da Levi’s, si sono aggiunti Calvin Klein e Tommy Hilfiger, poi anche Puma e Polo Ralph Lauren accessori. Oggi La Brands distribuisce i suoi marchi in 1100 punti vendita multimarche italiani. Due realtà molto impegnative. Tra Interjeans e La Brands nelle nostre logistiche vengono movimentati oltre 2 milioni di capi”.

Ci sono differenze tra il mercato italiano e quelli esteri europei?

“In Italia è tutto più difficile, è trincea. I clienti vanno conquistati uno per volta, ci vuole moltissimo tempo per sviluppare la rete ma poi dura di più. Per chiarire il concetto immagina che per vendere in Germania con 20 appuntamenti ti posizioni in 800 negozi perché lì sono tutte catene. Tutto è più semplice e meno stressante, dalla burocrazia alla parte amministrativa. In Italia siamo diversi in tutto, abbiamo tante piccole realtà da gestire nelle particolarità e quattro stagioni da calibrare nelle consegne. Ma è anche il nostro bello. E’ difficile fare business in Italia senza intermediari. E qui entriamo in gioco noi”.

Ora dove puntate il binocolo?

“Saremo sempre in evoluzione perché questa è la nostra natura quindi non ci stancheremo mai di trovare cose nuove da sviluppare. Il denim è la nostra base, siamo partiti da lì e ci siamo specializzati in questo materiale. Sicuramente andremo a dedicare più spazio alla donna, un settore con dinamiche diverse da quello maschile per periodi, esigenze e valori.
L’uomo è costante e ripetitivo nell’attaccamento ad un marchio, si identifica e lo sposa. La donna segue i trend, un giorno ama un’etichetta, il giorno dopo è attratta da un’altra. Non è fedele alla moda e molto più influenzabile. Con alcuni marchi stiamo avviando anche la distribuzione estera. Siamo sempre in movimento, i ragazzi viaggiano di continuo ed anch’io continuo a fare avanti e indietro da Stati Uniti, Asia e Regno Unito. È lì che nascono le tendenze. Al momento però siamo impegnati a stabilizzare i marchi che abbiamo che sono tanti sennò si rischia di implodere”.

Tanta energia emana questo ragazzo di 53 vissutissimi anni con due figlie, una, di 15 anni che studia al liceo artistico indirizzo moda e come racconta lui con orgoglio “è un’artista, taglia e cuce da quando era bambina” e l’altra che ha 13 anni da grande vuole studiare lingue. Nuove generazioni crescono.